Lysa: “Con KO parlo della forza femminile”
"C'è ancora troppa disparità, soprattutto nella musica".


KO è il nuovo singolo di Lysa, cantante e songwriter dal tono delicato e femminile. Lysa ha origini italo-polacche. Nasce in Germania, ma cresce in Italia, dove sviluppa la sua passione per la musica. Studia canto e recitazione, si trasferisce a Milano per inseguire il sogno artistico. Partecipa a X Factor nel 2021 – con il brano Alaska – e a Musicultura nel 2023, arrivando in finale. Influenzata dalla wave hippie degli anni ’60 e dal sound degli anni ’90, firma nel 2024 con l’etichetta Nigiri. L’abbiamo incontrata per ripercorrere alcune delle tappe più importanti del suo percorso artistico, ma anche esistenziale.
Hai uno stile molto personale. Come lo definiresti?
“Principalmente lo chiamo sadcore, ovvero un misto di pop che si avvicina molto a una sensualità, magnetica, un po’ triste. È però una malinconia positiva, cioè io spero sempre di passare con un messaggio di speranza, di positività, nonostante comunque ci sia tanta, tanta malinconia. Mi rifaccio ad artisti come Lana del Rey, o i Coldplay, che comunque sono belli carichi di malinconia e di nostalgia”.
Questa vena un po’ malinconica da quale tuo vissuto deriva?
“Beh, sicuramente dall’infanzia e dall’adolescenza, perché l’infanzia per me è stata molto importante, soprattutto venire in Italia. Il passaggio dalla Germania all’Italia mi ha segnato parecchio, perché ero comunque una bambina, avevo sette anni. Penso sempre: “ma se fossi rimasta in Germania sarei diventata comunque un’artista?” Io lo so, probabilmente no. E arrivare in Italia è stato molto importante perché ho iniziato ad ascoltare Laura Pausini, Ramazzotti, Jovanotti nelle radio e ho capito che volevo cantare anche io queste canzoni. La sera mi mettevo lì con mio padre a studiare l’italiano e a studiare anche queste canzoni e gli dicevo: “dai, ti prego, posso, cantarla un attimo?” E lui diceva: “sai che canti bene?” E quindi ha iniziato a iscrivermi a corsi di canto, recitazione, danza, musical. Anche quel lato mi è sempre piaciuto, non lo nego. La mia infanzia è stata abbastanza dura. Non conoscendo la lingua, è stata dura farsi strada a scuola, magari tra gli amici. Mi sono sentita abbastanza sola”.
Tu hai una storia molto particolare, un problema di salute ti porta in Italia, un medico dice ai tuoi genitori: “questa bambina un giorno canterà”…
“Sono arrivata a Vasto, in provincia di Chieti, perché mio padre in realtà è molisano. Serviva una città di mare per la mia salute. I miei hanno litigato sulla cartina geografica. Hanno scelto Vasto così a caso: una città che nessuno dei due conosceva. Dovevo togliermi le tonsille perché stavo davvero sempre male in Germania. Il Dottore ha detto: ‘fidatevi, lei potrebbe cantare, quindi spostatevi semplicemente in un posto caldo’. E quindi siamo finiti in Italia”.
I tuoi testi sembrano quasi delle poesie. Cosa pensi della musica di oggi?
“Penso che il mercato si sposta continuamente, quindi c’è chi va a rincorrere quel mercato e chi preferisce non farlo. Sicuramente è più giusto rincorrerlo. Molte volte però anche io mi sento un po’ fuori dal coro. Capisco che ho tanto bisogno di parlare, di esprimermi nelle canzoni e quindi viene meno questo lato commerciale”.
Hai avuto un notevole successo con Alaska, un brano molto delicato, dedicato a tuo nonno. Che tipo di riscontro hai avuto dal pubblico?
“Tanto amore, che non mi aspettavo assolutamente. Le persone si sono ritrovate tanto in Alaska, perché, anche se parlo di mio nonno, lo faccio in un modo abbastanza generico e ognuno si è potuto ritrovare in queste parole, pensando a qualcuno, magari qualcuno che non c’è più. O magari a un amore finito. È stato un boom di messaggi stupendi, tanti ascolti, tanto amore. Di solito quando uno va in televisione dice ‘cavolo adesso arriveranno ondate di commenti brutti’. Qualcuno c’è stato, ma pochi”.
Com’è stata l’esperienza televisiva di X Factor?
“Tosta sicuramente, perché ognuno di noi è diverso. Ci sono persone più adatte alla televisione rispetto ad altre. È stato molto bello: mi ha fatto un po’ paura e mi ha fatto esplodere emotivamente, l’esperienza più intensa che abbia mai avuto. Da lì ho capito che è questo che voglio fare”.
KO ha delle tematiche importanti, sulla forza dell’essere umano e delle donne, sulla capacità anche di reagire a dei momenti di dolore. Come è nato questo brano?
“Come tutti gli altri, al pianoforte e nella mia stanza. Io canto sempre in fake English all’inizio, quindi dico cose veramente a caso. È una cosa che ho rubato ai Beatles. In un’intervista, loro dicevano che all’inizio mettevano parole a caso nei loro brani, per esempio ketchup, fries e mayonnaise. E quindi dopo ci mettevano le parole. Ho capito che in realtà funziona. Ho messo insieme tutte quelle che erano le mie emozioni del momento ed ero molto fissata con Jane Austen”.
Che tu tra l’altro citi. Qual è il suo romanzo che preferisci?
“Ho una vera ossessione per quel periodo storico e letterario. Sicuramente Orgoglio e pregiudizio“.
Nel video di KO sei un pugile, ma i guantoni restano sempre rosa: un connubio tra forza e femminilità? Cos’è la femminilità secondo te?
“Certe volte penso che non voglio essere sempre vista come una ragazza triste che canta canzoni. E quindi ho pensato: ‘dai, facciamo vedere che comunque ho anche un po’di forza interiore’. Penso sia importante il rispetto che abbiamo di noi stesse. Per me è molto importante la femminilità, soprattutto che si leghi all’eleganza. Non amo mostrarmi troppo. Se voglio farlo, lo faccio a modo mio. Femminilità è far vedere che noi siamo sicure di quello che siamo. È molto importante, perché c’è ancora tanto dislivello tra uomo e donna. C’è molto dislivello anche nella musica ed è sempre importante farci vedere comunque forti, pronte ad affrontare tutto. Il mercato musicale è tostissimo soprattutto per noi donne”.
Dove vedi questo tipo di disparità?
“Io ho avuto un’esperienza brutta con un’etichetta, in cui mi hanno trattata male e ovviamente a capo c’era un uomo. Da lì ho capito che è più difficile per noi farci notare rispetto ai ragazzi. Quindi ho capito che questa cosa non era accettabile. Serviva un punto fermo come KO, che facesse vedere che anche noi ci siamo”.
Ma quando parli di un’esperienza brutta, a cosa ti riferisci?
“Sono stata bloccata per tanto tempo, un’etichetta con cui lavoravo non faceva uscire i miei brani. Io ho cercato più volte di far vedere anche emotivamente quanto questa cosa mi stesse distruggendo. Però non c’è stata una risposta, non c’è stata empatia, anzi. Mi sentivo trattata come una ragazzina viziata, che voleva fare chissà che cosa nella musica quando non poteva fare niente, perché ero un emergente. Io, poi, venivo da una provincia. Passare subito a Milano e ritrovarsi in una situazione così è stata dura. Ho subito pensato: ‘se la musica è questa, forse non la voglio fare ’. La mia famiglia mi ha molto sostenuta in quel momento”.
Adesso che le cose sono tornate al loro posto, quali progetti hai per il futuro?
“In realtà la cosa a cui ambisco da tantissimo tempo è un album dove raccontare tante cose. Mi piace anche far uscire singoli, però capisco che c’è più potenziale in un album, perché posso raccontare di più e far vedere più sfaccettature. Vorrei metterci tutto quello che sono: racconti di vita, adolescenza, paura del futuro, tanto amore. Sono pronta per questo, per raccontarmi sempre di più”.
Ci dici qualcosa della tua vita privata? Sei fidanzata?
“Sì, sono fidanzata e con il mio produttore”.
E com’è essere fidanzata con il proprio produttore?
“I litigi escono sempre sulla musica, perché magari io dico ‘no, questa canzone deve essere cosi’. Lui invece dice ‘no, deve essere più commerciale’. Io penso che la canzone debba essere emotiva, arrivare alla gente. E invece lui dice che la canzone deve anche funzionare”.
I tuoi artisti preferiti di Sanremo?
“Ce ne sono due: Brunori SAS e Lucio Corsi”.